“...Abbi pazienza, che il mondo è vasto e largo...”
“Era l’ultimo giorno del millenovecentonovantesimo anno della nostra èra” il giorno in cui un abitante di Flatlandia incontra uno “straniero” di Spacelandia, proprio il giorno dopo aver sognato gli abitanti di Linelandia. Flatlandia è un mondo bi-dimensionale, altamente gerarchico e organizzato, un mondo di figure geometriche ad eccezione delle donne che sono linee rette altamente mortali, costrette ad ondeggiare per essere visibili ed evitare incidenti drammatici, è un mondo piano che non prevede la terza dimensione. L’io narratore è un semplice quadrato che incontra lo “straniero”, la “sfera” con la quale intraprende il pauroso, impossibile, incomprensibile, violento passaggio da un universo all’altro, da un mondo bidimensionale ad uno tridimensionale, e come nelle antiche visioni, il quadrato è rapito, portato in alto, nella terza dimensione che egli ignorava. L’esperienza è insieme conoscenza e terrore. Il quadrato dopo l’esperienza mistica, l’ascesa, la follia, l’intuizione cerca di condividere la sua esperienza ma la fine sarà tragica. Libro ironico, leggero e provocatorio su più fronti che permette in poche pagine di lasciar intravedere come i luoghi che abitiamo siano comunicabili perché veicolati da un linguaggio condiviso. Noi possiamo essere “qui” solo se accettiamo le regole linguistiche che lo inventano. Lo spazio e il tempo che chiamiamo “qui ed ora” è fatto di linguaggio che lo rende si comunicabile ma che, allo stesso tempo, lo rende immutabile, unica realtà che percepiamo, benché non unica esistenza possibile. Non attraverso la razionalità, la logica che il quadrato può comprendere e conoscere ma attraverso l’esperienza che gli permette di vedere quello che era sempre stato li. E l’esperienza crea un nuovo linguaggio, un nuovo spazio, un nuovo io, una nuova conoscenza.
